Immagini in scena: una applicazione di foto/videoterapia

Teatroterapia

Immagini in scena: una applicazione di foto/videoterapia

Immagini in scena: una applicazione di foto/videoterapia 1600 777 Oliviero Rossi

Oliviero Rossi
Psicologo, Psicoterapeuta.

 

Guardare un propria fotografia offre la possibilità di ri-vedersi e ri-trovarsi nei ricordi e nei vissuti evocati dall’immagine.

Buona parte del lavoro con la foto/videoterapia si basa su questo. Il videoterapeuta facilita al cliente un dialogo tra l’“essere stato” quella immagine (tutto quello, cioè, che si ritiene essere l’informazione cognitiva, affettiva e relazionale di cui in un certo senso la fotografia è una impronta) e il suo “essere se stesso ora”.
Attraverso un lavoro nel presente di confronto con se stesso mediato dalle immagini, il cliente può trovare alternative emotive/cognitive.
Come descriverò di seguito, il lavoro con la foto-videoterapia, apre una possibilità di dialogo, mediato dalle immagini del cliente, tra l’“essere stato” e l’“essere nel presente”.
Nella relazione d’aiuto, utilizzando l’immagine del cliente, il prerequisito fondamentale, è che la sua immagine sia in un certo senso battezzata. Ovviamente, la fotografia, il video o l’immagine che il cliente vede sa essere la sua, ma è necessario questo atto formale di conferimento di identità per confrontarsi e relazionarsi con essa.

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(Fot. 1) Il terapeuta è posizionato davanti a Carla con il display rivolto verso di lei.

 

 

 

 

 

 

 

 

Terapeuta: Che stai provando Carla? Dillo alla Carla nel display.
Carla: In questo momento sono emozionata, eccitata, incuriosita…
T.: Voglio che tu sappia Carla (indicando l’immagine di Carla nel display della telecamera)
C.: E’ difficile guardare questa cosa
T.: Questa cosa è Carla, dalle le prove che l’hai riconosciuta…sei Carla in quanto…
C.: Sono Carla in quanto…
T.: No no, quella che sta li dentro, quella che stai guardando, la donna che vedi li dentro come si chiama?
C.: Si chiama Carla.
T.: Allora è Carla
C.: Eh già, sei Carla
T.: Sei proprio Carla e non un’altra in quanto?
C.: In quanto ti riconosco
T.: Da cosa?
C.: Dai tuoi lineamenti, dalle tue espressioni, dalla tua voce
T.: E dal fatto che nei tuoi occhi …? (il terapeuta stringe l’inquadratura facendo un primo piano degli occhi di Carla che lei osserva nel display)
C.: Eh, dal fatto che dai tuoi occhi vedo una luce che mi fa pensare che sei emozionata, che sei in un momento speciale, privilegiato
T.: Io sono qui oggi per offrirti la possibilità…
C.: Per offrirti la possibilità di assaggiare, di indagare, di sentire delle parti di te,… sicuramente ferite, delle parti anche belle, dei regali,… delle parti tristi e delle parti gioiose, per poterle ricomporre dentro, per poter sentire che sono veramente tue, che sono dentro di te, che sono il riflesso di quello che è la tua vita e che ti rendono speciale…
T.: Guardala negli occhi …la vedi? Guardala
C.: La vedo…guardando i tuoi occhi vedo… le tracce della tua vita…
T.: Ok…cosa vuoi offrirgli?…
C.: Io ti offro la possibilità di integrare queste parti
T.: Ok…salutala
C.: Ciao (sorridendo alla sua immagine)

Questo primo momento con Carla presenta subito degli elementi cruciali per impostare il lavoro terapeutico: innanzitutto, la costruzione della polarità Io – Me stesso immagine; ovviamente, all’interno della relazione terapeuta cliente, dove la stessa relazione si fa garante di questa operazione di scissione polarizzante di alcune dimensioni di sé.
Carla all’inizio non sa dove guardare. E’ indecisa se guardare il videoterapeuta o la propria immagine, e il videoterapeuta gioca un po’ su questo: “con chi stai parlando? come si chiama la persona che vedi dentro la telecamera?” Questa è un’operazione che potremmo chiamare di battesimo della polarità: l’immagine viene battezzata e inizia ad assumere caratteristiche “umane”. Umane in quanto l’Io che osserva il Me stesso immagine comincia a delegargli qualcosa di se stesso, prima di tutto il nome; e poi, piano piano, i vissuti emotivi/cognitivi ed a questo punto inizia la possibilità di confronto nel qui ed ora dello spazio terapeutico. In questo passaggio è molto importante aiutare il cliente a distanziarsi un po’ dal suo sistema di credenze, ossia dagli elementi che stabilizzano il suo senso di identità, per esempio, “se io sono qui non posso essere da altre parti”; come nell’operazione che stiamo compiendo, Io sono qui ma allo stesso tempo un Me stesso è anche di fronte a me ed è questo che permette di riaprire i cassetti della mia storia di vita e riordinarli.

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(Fig. 2) Una delle fotografie portate da Carla in cui è ritratta lei al mare da giovane

 

 

 

 

 

 

 

 

(Carla ha portato una serie di fotografie personali con cui inzia a lavorare insieme al terapeuta)
T.: Qui chi c’è (riferendosi ad una foto che ritrae Carla da giovane sulla spiaggia)
C.: Qui sono io
T.: Guarda guarda…e che effetto ti fa quella donna li?
C.: Eh, quella donna è una donna vitale, una donna gioiosa, una donna che azzanna la vita
T.: Chi gli ha fatto la foto?
C.: Un’amico
T.: E’ una persona importante per te quell’amico?
C.: Si, lo era
T.: Beh, diglielo a Carla giovane (in questo momento il terapeuta invita Carla a parlare con la sua immagine presente nella fotografia)…
C.: Carla, (rivolgendosi all’immagine) davanti a te c’è quell’amico, una persona molto importante per te
C.: Questa è Carla giovane, tu di fronte a me che scatti questa foto sei una persona importante
T.: E dietro cosa c’è?
C.: Ci sono le dune
T.: E le dune dove stanno in genere?
C.: In riva al mare
T.: Solo che somiglia tanto ad un deserto
C.: Si ma è Torvaianica
T.: E’ Torvaianica deserta. Un esempio molto raro
C.: E’ il mare di inverno
T.: Ok…è il mare di inverno. (il terapeuta si posiziona nuovamente di fronte a Carla girando il display verso di lei) Che stai provando?
C.: Un po’ di nostalgia
T.: Un po’ di nostalgia

In questa fase del lavoro operiamo una seconda possibilità di incontro con il Me stesso immagine. Questa seconda possibilità di incontro ha a che fare con il Me stesso immagine che ero; qualcosa che emerge dall’archivio biografico della persona. Quindi, è un’immagine in qualche modo satura: di ricordo, di emozione, di situazioni compiute e quindi non modificabili.
Ma, in che modo questa diventa occasione terapeutica, ossia occasione di revisione della propria esistenza?
Proprio accentuando questa differenza tra situazioni passate e possibilità attuale. Io che guardo Me stesso lì e allora ho qualcosa di differente rispetto a quelle immagini. Il qualcosa di differente è che nel presente io posso muovermi, posso rivedere, prendere in considerazione cose diverse da quelle che conosco, che ho sempre saputo e che corro il rischio di agire sempre nell’unico modo in cui riesco a metterle in atto.
L’immagine mi rimanda qualcosa di fisso. Qualcosa di fissato nella memoria emotiva-cognitiva, e il lavoro del terapeuta è quello di rendere nuovamente mobile quella immagine.
In che senso? Ciò che rende mobile un’immagine fissa di un evento storico, è la possibilità di ripresentificare quell’evento, renderlo di nuovo evento attuale sostituendo a quello che conosco dell’immagine che sto vedendo il vissuto qui ed ora che nasce dal relazionarmi con quella immagine immobile. Questo scongelamento cognitivo, emotivo e storico viene operato inserendo qualcosa che io non conosco; qualcosa che io che guardo quell’immagine non prendevo in considerazione semplicemente perché ero funzionalmente fissato su un certo racconto, su un certo modo di vedere quell’evento del passato.
Il terapeuta promuove piccole operazioni, a volte un po’ paradossali, a volte provocatorie, oppure proprio di evidenziazione, di conversione dello sfondo in figura: portando in primo piano quei particolari nascosti od omessi che una volta portati alla coscienza riorganizzano le strutturazioni del racconto di sé del cliente.
Nella foto al mare, il terapeuta inizia a ridefinire quella spiaggia e quello sfondo un po’ sfuocato come se fosse un deserto, certo un aspetto del deserto fuori città o quasi città, come può essere Torvaianica in quel caso. Questa ridefinizione deve essere in un certo senso concordata e condivisibile con la persona; non alla lettera, ovviamente, ma al livello delle sue attivazioni evocative.

Successivamente, Carla prende le sue foto e sceglie le persone che interpreteranno quelle foto. Le persone a cui viene espressa la richiesta possono scegliere se partecipare o no. Questa è un’operazione di contratto, di contratto mediato dall’empatia, tra la persona e le persone che parteciperanno in gruppo al suo lavoro individuale.
Questo contratto è importante altrimenti la persona non può sentirsi sicura di accogliere l’alleanza con la persona che ha invitato; e la persona, se non può scegliere se partecipare o no al lavoro, in qualche modo ha il diritto di trasgredire al lavoro stesso e la trasgressione, in questo senso, molto spesso diventa “Io non proverò niente con te”.
Quello che ci serve è un mediatore e un’operazione di empatia che poggi e che sia mediata dall’immagine e dalle sensazioni e attivazioni emotive che permetteranno il passaggio da immagini su carta a immagine incarnata.

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(Fot. 3) Le persone del gruppo scelte da Carla posizionate in piedi ognuno con una
delle fotografie portate da Carla in mano

 

 

 

 

 

 

 

 

(il terapeuta chiede a Carla di scegliere delle persone del gruppo che impersonino le fotografie che lei ha portato. Una volta scelte le persone, queste si posizionano in piedi davanti a Carla tenendo ciascuno una foto in mano)
T.: Adesso, le persone che sono state scelte entrino nello spazio in cui Carla vi ha messo e, anche se assurdo, vi chiedo di diventare quei personaggi li, di diventare quelle foto li e, diventando quelle foto, prendete contatto con l’emozione che provate e, qualunque emozione proviate, piano piano diventate quell’emozione e uno per volta iniziate a parlare a Carla dando voce a quello che è raffigurato nelle foto come se fosse la foto stessa a parlare
E’ bellissimo qui e divertentissimo (parla la persona che si è identificata con la fotografia che ritrae i genitori mentre giocano)
Io sono il piacere della solitudine e dell’avventura (persona che si è identificata con la foto che ritrae un tramonto sul mare)
Vorrei starti vicino ma sto stretto (persona che si è identificata con la foto che ritrae il compagno)
Io sono la malinconia di qualcosa che so che perderò (persona che si è identificata con la foto che ritrae la madre da giovane)
Io voglio giocare e amare (persone che si sono identificate con la foto che ritrae gli amici di Carla)

In questa fase, quello che facciamo è utilizzare le potenzialità di attivazione empatica della fotografia. La foto di Carla diventa più di un personaggio, diventa una persona. Chiedo a Carla di dare carne alle sue immagini. La carne, ovviamente, è quella dei partecipanti del gruppo ai quali viene detto di identificarsi con quello che l’immagine fotografica evoca loro. Questa operazione di identificazione con l’immagine fotografica funziona da base per un’operazione di doppiaggio. E’ impossibile far parlare una foto se non gli diamo un corpo fornito, non soltanto di corde vocali, ma anche di emozioni, sensazioni e cognizioni.
Nel momento in cui l’immagine si incarna nel corpo di un partecipante del gruppo, è di nuovo possibile avere una percezione “ecologica” calata cioè in un ambiente percepibile realmente pur nella sua dimensione come se, cioè u

na percezione composta dai cinque canali percettivi, dall’organismo e dalla attività cognitiva che coordina, integra quello che afferisce ad esso. Nel momento in l’immagine fotografica viene indossata diventa una immagine-corpo con la quale è possibile relazionarsi, sentirne il calore.

 

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(Fot.4) Carla interagisce ora con le sue immagini-corpo

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(Fot.5) Carla tra le braccia della persona che
impersona i suoi genitori che giocano

 

 

 

 

 

 

 

 

Io sono la foto dove c’è complicità (parla nuovamente la persona che si è identificata con la fotografia che ritrae i genitori mentre giocano)
T. (il terapeuta rafforza il doppiaggio fatto dal partecipante al gruppo): Con te Carla, io sono la foto dove mamma e papà si divertono soltanto se ci sei anche tu, perché sei la cosa più bella che hanno fatto e non ci sarebbe gioia tra noi se non ci fossi anche tu…vai Carla, vai vicino a quella foto e prendi il tuo posto (Carla si posiziona tra le braccia della persona che impersona la foto. La telecamera riprende la scena). Prendi tutto il tuo posto in quella foto e senti che provi mentre ti regali il tuo posto in quella foto…e comincia a dire tutto quello che ti sei tenuta dentro il tuo cuore …mamma, papà…
C.: Mamma, papà che bello stare insieme a voi quando siete gioiosi
T.: E’ un diritto per me…vai!
C.: E’ un diritto per me stare qua…ho il diritto di essere in mezzo alla gioia, di ridere anche io, di sentire il contatto con voi, di sentirvi felici
T.: Ho il diritto di sentire il vostro calore
C.: Di toccarvi, di sentire che ci siete davvero anche per me, non solo per voi due
(le due persone che impersonano le foto dei suoi genitori da giovani si avvicinano e ripetono la frase “Noi siamo qui con te, siamo vicino, per la ricerca del gioco, per la tenerezze, ti accompagnamo nel tuo percorso”)
T. il terapeuta rafforza il doppiaggio: Noi siamo le tue foto, noi siamo la tua storia e siamo qui vicino a te per darti quello che tu hai paura di mostrare…..che stai provando Carla?
C.: Sono molto emozionata
T.: Certo, di cosa ti stai accorgendo?
C.: Che ho un grande cuore, che questa parte di gioia, questa parte di contatto fisico…ho difficoltà a guardare il display
T.: Forse eri una bambina che non si sentiva vista, ma la difficoltà di guardarti era quello che sentivi nei tuoi genitori, ma non hai bisogno di continuare a fare quello che hanno fatto loro… prova a dare a Carla quello che Carla non ha ricevuto, uno sguardo… il terapeuta doppia guardandoti posso dirti che hai proprio il diritto di…
C.: Di essere amata, di essere coccolata, di essere vista, di essere baciata
T.: E di non avere spazi vuoti intorno…il contatto è fatto non di vuoto…che stai provando?
C.: Sto benissimo, sto a contatto con una fisicità antica … una fisicità antica di quelle proprio…
T.: Quelle dei bambini, ne più ne meno
C.: Si (la sua espressione è sorridente e rilassata)
T.: Ok, ci fermiamo?
C.: Direi proprio di si
T.: Carla(indicando l’immagine nel display) ora posso dirti, prima no ma ora si
C.: Prima non potevo dirtelo, però adesso ti posso dire che sei in gamba e che tutto quello che hai messo in gioco in questo momento erano delle parti molto intime, anche ferite, e sei anche molto coraggiosa
T.: Sai quale è una cosa molto importante per un bambino da sentirsi dire…“Sei il nostro orgoglio, siamo molto orgogliosi di averti…”
C.: Grazie

In quello che abbiamo visto, la potenzialità evocativa e mediatrice della relazione della fotografia è piuttosto evidente. Ci sono stati due o tre giochi di incrocio: all’inizio Carla abbina alla fotografia una persona; la fotografia passa dalle mani di Carla alle mani della persona che la riceve e ci entra in contatto. Ovviamente, vengono proposte varie modalità percettive di contatto con la fotografia: il tatto (la foto tenuta in mano), l’odorarla… non è stato chiesto di assaggiarla per ovvi motivi, ma in ogni caso c’è un contatto con la fisicità della foto e lentamente con le emozioni e le sensazioni che la foto evoca. Ovviamente, le sensazioni e le emozioni appartengono a chi sta percependo la fotografia. La foto diventa della persona che la riceve; lo diviene a tal punto che la persona “diventa” quella foto. A questo punto, l’interazione con Carla accentua la polarità Io – Me stesso contenuto dall’immagine e dall’altro, che mi sta “rappresentando” tanto quanto quella mia stessa immagine.
In questo lavoro Carla può sperimentare un ritorno nella foto, o meglio, un ritorno nelle emozioni e sensazioni rappresentate nella foto. Soltanto che è un ritorno particolare: il ritorno è con tutto quello che è omesso nella foto, con tutto quello che era nello sfondo e non sembrava entrare nella fotografia “ufficiale”, quella contenuta nel sapere trasversale¹, in quello che conosco del passato, ossia tutto quello che non è possibile cambiare; finchè il passato è passato, e la foto è l’orma del passato, non si può cambiare niente. Ma in questa operazione di ripresentificazione, di incarnazione della fotografia, che è anche qualcosa di più della semplice operazione di identificazione e di doppiaggio della foto, io posso calarmi in un universo di nuovo percettivo, cioè di relazione con l’ambiente mediata dalle mie sensazioni ed emozioni e promossa dall’attività percettiva: tattile, visiva, olfattiva, emotiva, cognitiva. Carla è dentro la foto e tra le braccia della persona che rappresenta quella foto e, allo stesso tempo, condivide empaticamente qualcosa che è mancato a Carla, che è mancato forse anche alla persona che esegue il doppiaggio, ma che in qualche modo stanno ritrovando insieme in un collegamento, in un link empatico mediato dalle immagini che condividono.

Per ovvie ragioni, i volti dei protagonisti sono stati sfumati e i nomi e le storie modificate

¹ Per “sapere trasversale” intendiamo le conoscenze che abbiamo riguardo alle immagini che stiamo osservando, siano esse video o fotografiche. Più conosciamo queste immagini infatti e più queste immagini sono sature di significati strutturati nella memoria, nelle dinamiche relazionali che ricostruiamo e ricordiamo delle situazioni cui esse ci rimandano. Il sapere trasversale e, in un certo senso, la sua ridondanza, la sua pienezza, è importante per un motivo: esso è disfunzionale per le nuove acquisizioni o considerazioni di diversi punti di vista su me stesso sia ora che “allora”. Questo offre a noi videoterapeuti la possibilità di cominciare a portare all’attenzione nuovi particolari su quelle immagini, proprio attraverso questo confronto con le conoscenze strutturate; particolari contenuti nell’immagine o particolari di attivazioni emotive e cognitive nella persona che le sta osservando che possano offrire un punto di vista diverso su quella situazione che sembrava non modificabile in quanto i significati che ospitava erano ormai “saturi” (cfr. Rossi O., Sguardi e immagini: video e fototerapia. Formazione In Psicoterapia Counselling Fenomenologia, vol. 7, pag. 24-30, 2006).

 

Approfondimenti bibliografici

Berman, La fototerapia in psicologia clinica, Erickson, Trento, 1996.
Cavallo, M., Identità narrativa, Artiterapie, vol. 5/6, pag. 5-6, 2001.
Gibson J. J. Un approccio ecologico alla percezione visiva. Il Mulino, Bologna, 1999
Manghi, D., Vedere se stessi, Franco Angeli, Milano , 2003.
Rossi, O., Incontrare se stessi: la videoterapia nella relazione d’aiuto. Attualità in Psicologia, anno XX, n°3-4, Luglio/Dicembre, EUR, Roma, 2005
Rossi, O., Le visioni della memoria. Formazione In Psicoterapia Counselling Fenomenologia, vol. 3, pag. 12-23, Roma , 2004.
Rossi O., Sguardi e immagini: video e fototerapia. Formazione In Psicoterapia Counselling Fenomenologia, vol. 7, pag. 24-30, 2006
Schaeffer J.M, L’immagine precaria. CLUEB, Bologna, 2006