Il sogno come dinamica di polarità

di Oliviero Rossi

Pubblicato sul numero 14 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

Lavorando sul sogno, è probabile imbattersi in un tema di polarità che abbia a che fare con l’azione, e questo è strutturale al sogno e al lavoro sul sogno nell’ambito della relazione orientata dialogicamente. La prima polarità in cui ci si imbatte è quella in un certo senso sottesa da Freud, quando diceva che il sogno protegge il sonno: l’attività onirica, in quest’ottica, permetterebbe l’espressione degli impulsi e desideri infantili rimossi che, essendo camuffati nelle immagini oniriche, proteggono la coscienza dal loro riconoscimento permettendo così il proseguimento del sonno.
Questa è una versione. Un’altra possibile è che sia il sonno a proteggere i sogni, vediamo come.
Noi sogniamo, e normalmente questo avviene in una situazione di non attività fisica. L’attività onirica è permessa e contenuta dalla inattività del corpo che dorme. Il sonno è il custode del sogno in quanto offre al sognatore la possibilità di sganciarsi dalle regole fisiche, temporali e sociali che strutturano la realtà dello stato di veglia. Il sonno garantisce qualsiasi azione onirica in quanto l’inattività nel mondo, garantita dal dormire, è quello che permette al sogno di essere essenzialmente azioni/vicissitudini immaginate. Posso sognare di volare e questo è reso sicuro dall’inattività del sonno che impedisce di prendere la rincorsa e lanciarsi dalla finestra, o al massimo, se il sogno è particolarmente colorito, ci si agiterà un po’ nel letto, ma se si inizia a camminare nella stanza entriamo nell’ambito del sonnambulismo cioè della patologia.
Se il sognare è “sano”, qualunque cosa sognerò, ovvero qualunque sia il mio vissuto d’azione/vicissitudine, mi risveglierò nel mio letto.
Parlo di “vissuto di azione” in quanto il sogno reale nessuno sa esattamente come è fatto. Quello che noi conosciamo è il racconto del sogno.
Se andiamo a verificare l’attività elettrica del cervello durante l’attività onirica otterremo un tracciato che cambia di colore e di movenza; non vediamo il sogno, ma solo dei correlati fisiologici a quello che sta accadendo, un evento da chi si sveglia raccontato come sogno. Ciò che conosciamo del sogno quindi, è in un certo senso, la narrazione che ne facciamo.
È normale che di notte sogniamo e che poi, al risveglio, ci ricordiamo sotto forma di racconto quello che sogniamo; se dimentico il sogno, vuol dire che mi dimentico il racconto che ho fatto dell’evento notturno. Se ci fate caso, quando vi svegliate vi raccontate il sogno, e se il sogno era particolarmente interessante magari lo raccontate ad un amico. Non cercate di ricordare quello che avete sognato la notte, ma in un certo senso, cercate di ricordarvi il ricordo/racconto che vi siete fatti al risveglio. E mentre lo ri-raccontate è possibile che vi venga in mente un altro particolare, come se nell’atto di raccontare si incominciasse ad inserire dei particolari in più, che vengono vissuti come qualcosa che ci si è dimenticati, ma che più verosimilmente ci si sta raccontando adesso: il racconto del sogno è influenzato anche dal rapporto con la persona alla quale lo sto narrando, questo è particolarmente evidente quando il sogno è raccontato al proprio terapeuta.
Si comincia ad articolare e strutturare un racconto: una narrazione del sogno “vissuta come ricordo”.
Questo avviene anche con i ricordi, i ricordi vengono ri-costruiti, infatti quando ricordiamo un evento e poi andiamo a vedere, che so, il filmino di quell’evento, notiamo moltissimi particolari diversi da quel ricordo.
Il sogno come racconto, quindi, che poggia su un evento che è stato possibile vivere in quanto il corpo era in uno stato di non azione. Un sogno immobile nessuno lo racconta, quello che raccontiamo sono sempre azioni/vicissitudini. Anche se narrassi che ho sognato un cubo fermo su un tavolo per 20 ore, l’azione è quella di guardare un cubo fermo su un tavolo per 20 ore. Il racconto è un’azione.

Nei sogni il non fare non è dato. Si può omettere, ed è un fare, andare a destra invece che a sinistra, ma è un fare altro. Questo fare altro è molto importante, questa dimensione dell’essere in cui il non essere non è dato, perché ci orienta immediatamente nella dimensione Io-Tu il cui pre –requisito è l’accettare di essere un organismo in relazione con l’ambiente. Se parliamo di organismo, il non essere non è contemplato.
Ogni cosa nel sogno “è”, anche se molto spesso è fatto di opposti, di situazioni che si manifestano con figure che sono sostenute e che contengono uno sfondo, in cui sono presenti contraddizioni come ad esempio situazioni in cui si presenta positivo quello che, se vai a vedere un po’ più a fondo, ha uno sfondo a valenza negativa; modalità di esistere che danno vita a polarità opposte che si confrontano sempre dinamicamente.
Tutto ciò vuole dire che nel sogno è molto probabile che incontriamo le azioni che non facciamo nella realtà. Le azioni che non compio, quando posso muovermi realmente, quando ho la possibilità di agire nel mondo esterno; e non sto dicendo che il sogno è solo questo, ma che può essere interessante tenere conto di questo, come una possibilità di lavoro sul sogno.
Molto spesso è importante riconoscere in qualche modo l’azione mancante: l’azione del sogno in che modo ospita quello che non faccio nel mondo?
Questo ci porta a considerare l’influenza del sogno sul copione di vita, sulle azioni bloccate e ripetitive.
La non azione reale in cui avviene l’evento sogno, permette, all’interno della relazione terapeutica, di contattare la sua polarità che appare nel sogno come vissuto di azione in qualche modo interrotta nel mondo reale del cliente.
L’incubo finisce nello svegliarsi, che da una parte è l’interrompere l’azione nel sogno, l’azione sognata, per mettere nel mondo quella emozione lì (paura, angoscia, dolore ecc.); metto cioè quella emozione in una azione nel mondo (apro gli occhi, mi avvicino alla persona accanto, prendo un bicchiere d’acqua etc…), comunque un’azione.
Allora, può essere importante tener conto, quando si lavora con il sogno, anche di questa componente: quello che agisce nel sogno in che modo è l’azione che potrebbe essere fatta nel mondo?
Ovviamente, tutto questo è per lavorare con il sogno con metodi che utilizzano l’azione del cliente. Far drammatizzare il sogno nell’ottica che sto illustrando, è un rendere operativa l’inversione di polarità dell’azione onirica presentata dal cliente. Il sogno, sognato in una situazione inattiva, lo trasformiamo in una azione reale: da azione sognata ad azione nel mondo. In questo cambiamento di polarità avvengono molte cose. Emozioni che erano più o meno nascoste, particolari omessi che acquistano nuovamente importanza, quasi “vitale” a volte, nel momento in cui il cliente concede loro la possibilità d’azione nel come se del setting terapeutico.
Spesso nel lavorare con i sogni si iniziano ad inserire nel sogno ufficiale quei piccoli particolari all’apparenza poco interessanti o messi lì “casualmente” da chi li agisce, dandogli forma e azione. Dallo sfondo in cui sono relegati all’operazione di messa in figura, appare immediatamente che in realtà possono ospitare un vissuto lasciato in disparte che richiede attenzione.
Il lavoro del terapeuta è quello di ripresentare al cliente gli elementi sullo sfondo, o almeno di far notare gli elementi che ci sono, poi rilavorarli come polarità figura/sfondo, ridistribuendo l’attenzione da una parte e dall’altra, favorendone il fluire dei dinamismi che caratterizzano la loro relazione.
Quando si ha una leggera insoddisfazione o sofferenza forse sarebbe il caso di vedere quello che è nell’ombra, mica perché quello che è in primo piano sia “brutto” ma perché niente si regge in primo piano se non c’è qualcosa sotto che lo sostiene.
Se facciamo fantasticamente qualcosa mentre siamo nella impossibilità di metterla in atto, come è la condizione del sonno, possiamo anche prendere in considerazione che stiamo sognando qualcosa che nella realtà abbiamo paura di mettere in atto o che è difficile mettere in atto in quanto è proprio solo nel sonno che possiamo considerare quell’azione.
Quindi, teniamo conto di questa dimensione di inattività nel reale e di grossa attività nel sogno e nella vita mentale.
Ci si potrebbe anche chiedere cosa è che rende così difficile raccontare completamente un sogno, in tutti i suoi dettagli: forse il fatto stesso che non si è inattivi mentre lo si racconta da svegli. Se è vero che il sogno avviene in una situazione di censura ridotta, è vero anche che nel raccontarlo “posso censurarlo di nuovo”. Tra le molte possibili motivazioni c’è anche da prendere in considerazione il tema dell’essere attivo e non inattivo come quando sto dormendo, e questa possibilità di agire ovviamente può rendere difficoltoso, o anche pericoloso, accennare a me stesso o ad altri, qualcosa che nel sogno, mentre dormo, mi accenno benissimo.
Non so se questo discorso è vero o no, reale o no, ma penso sia importante tenerne conto nel lavoro terapeutico, cioè il sogno sicuramente non è una realtà, ma una operazione di costruzione di senso in forma narrativa, più o meno articolata.
Da un punto di vista operativo è bene rimanere in contatto con quello che c’è: io seguo la narrazione della persona, e nel seguire soddisfo anche la mia curiosità. La persona racconta e io guardo, e mentre guardo mi accorgo che mentre mi sta raccontando un contenuto ci inserisce qualcosa che io sento più o meno congruente con le sue movenze inconsapevoli, la sua postura, il non verbale che accompagna la narrazione e vado a lavorare su quegli indicatori che rimandano sui rapporti tra i dinamismi figura/sfondo caratterizzanti la sua esistenza: non faccio altro che proporre quello che nella sua esperienza in qualche modo omette un po’. Non è una omissione nel senso che non esiste, il fatto è che la mostra a me e non a se stessa. Quello che faccio non è altro che mostrarlo a lei, e nel fare questo, la seguo.
E’ ovvio che faccio delle scelte, è ovvio che propongo delle cose, sento come la persona risponde, quanto è disposta a mettersi in gioco nel senso che propongo ma non impongo. Propongo di indossare, ma se il vestito sta stretto… Quello che vedo lo metto nello sfondo, non so che linea prenderà, ma lo scopro insieme con lei, e l’attenzione è rimettere le cose a posto. A posto in che senso? Non richiudendole nei cassetti ma nel posto che in qualche modo è giusto per lei. C’è un lavoro, all’inizio, d’ascolto, di iniziare a prendere contatto, annusare, vedere i rapporti tra figura/sfondo e le eventuali polarità che incominciano ad uscire fuori.

A questo punto, posso iniziare ad introdurre questi elementi che erano sullo sfondo e portandoli in figura propongo un lavoro d’integrazione, di recupero: faccio riprendere alla persona, come suo, quello che sembrava non esserci, ciò che era in ombra, per vedere cosa succede e, quando lo riprende, l’esperienza può modificare la “mappa” delle relazioni cognitive, affettive, comportamentali con se stesso e con il mondo.
In questo modo, infatti, si creano le condizioni che possono portare alla comprensione dall’”interno” del vissuto rappresentato, piuttosto che la razionalizzazione e la descrizione asettica e distaccata dell’evento onirico.
In altre parole comincia ad emergere il “diritto” di prendere qualcosa per sé, la possibilità di “dirsi” quello che non si poteva vedere, diritto inteso come la polarità del bisogno; il diritto non nega il bisogno, però quello che cambia è la valenza: nel bisogno c’è quello che manca, nel diritto c’è quello che ho diritto di avere e di prendere se è possibile.
Non dimentichiamo, inoltre, che il racconto del sogno di cui stiamo parlando avviene in un contesto ben preciso: quello della relazione terapeutica. Questo racconto a cosa è utile, cosa può permettere nell’ascoltarlo, nell’utilizzarlo e soprattutto nel modificarlo? Questo racconto all’interno della relazione tra chi racconta e chi ascolta che funzione ha?
Sono almeno tre i livelli di cui tenere conto perché c’è da vedere in che modo possono attivare una attribuzione di senso funzionale per la persona alle prese con il suo sogno. Che intendo con costruzione di senso funzionale? La costruzione di un senso che dia strumenti, risorse o punti di vista diversi, né nuovi né belli, ma semplicemente diversi, per la persona che sta raccontando quello che sta raccontando.

A un primo livello, il sogno come si situa nella relazione con la persona che me lo sta raccontando: sogno come qualcosa che ha a che fare con la stessa relazione terapeutica.
Secondo: il sogno cosa oniricamente mette in gioco della persona nella sua relazione con il mondo? Qui ed ora, lì e allora.
Terzo, e non ultimo, il sogno in che modo rappresenta o è una metafora del modo di relazionarsi tra sé e sé del cliente, cioè il modo in cui il cliente ospita il mondo dentro di sé?
Il rapporto psicoterapeutico offre la possibilità di esplorare i propri vissuti affettivi in un contesto relazionale: aggancia il flusso di condotta vissuto nel sogno ad un supporto reale, rappresentato dalla relazione terapeutica, nella quale è possibile osservare e ridefinire le modalità nelle quali il sé si configura al confine di contatto organismo/ambiente.

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